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Persistenza al trattamento con farmaci antidepressivi

Data pubblicazione: 12 Agosto 2026

Premessa

La depressione colpisce il 6,9% della popolazione generale e rientra quindi tra i disturbi dell’umore a più alta prevalenza in Europa.

L’efficacia dei farmaci attualmente disponibili per il trattamento della depressione si basa su meccanismi d’azione differenti e specifici per ciascuna molecola o classe di molecole. In generale, l’azione antidepressiva di questi farmaci si fonda sulla modulazione dell’azione dei neurotrasmettitori serotonina, norepinefrina e dopamina. Negli ultimi decenni i farmaci antidepressivi hanno subìto uno sviluppo importante dal punto di vista farmacologico: dai primi cosiddetti “antidepressivi triciclici” (TCA), dal meccanismo d’azione meno specifico e generalmente meno tollerati, si è giunti agli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI) e ad altre molecole come gli inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina (SNRIs). Gli SSRI, in particolare, a partire dagli anni ’80, hanno sostanzialmente modificato il trattamento farmacologico della depressione, soprattutto grazie ad un profilo di sicurezza più favorevole rispetto alle precedenti alternative terapeutiche.

Secondo il dati del Rapporto OsMed 2014, in Italia, nel periodo 2013-2014, il volume di antidepressivi prescritti ha subito un incremento dello 0,4%. Tra le differenti regioni, la Toscana, ha mostrato un trend di aumento dei consumi (+1%) superiore alla media nazionale nello stesso periodo, e risulta essere la regione con il maggior numero di dosi prescritte nel 2014, con 59,5 DDD per 1.000 abitanti pro die rispetto alle 39,3 dell’intero contesto italiano (la lieve differenza tra i dato OsMed e il 58,7 riportato da noi nel capitolo sul consumo dei farmaci è dovuta alla diversa pesatura adottata nel rapporto OsMed, come spiegato nella sezione introduttiva sui metodi). Soltanto la provincia autonoma di Bolzano, e la Liguria superano le 50 DDD per 1.000 abitanti.

Il maggior consumo di antidepressivi registrato in Toscana è stato più volte oggetto di discussione. Da un lato potrebbe sussistere una maggiore attenzione diagnostica e/o di trattamento alla patologia. Dall’altro, assumendo che non vi siano delle differenze sostanziali tra Toscana e le altre regioni italiane per quanto concerne la prevalenza delle indicazioni d’uso di questi farmaci, non si può escludere che essi siano impiegati in modo eccessivo.

In questo capitolo, l’analisi dell’appropriatezza d’utilizzo dei farmaci antidepressivi in Toscana sarà incentrata sulla persistenza d’uso che, relativamente a questa categoria terapeutica, risulta essere una misura di appropriatezza di maggiore interesse clinico e farmacologico, dato che l’interruzione del trattamento farmacologico della depressione può risultare in una più facile recidiva della patologia, indipendentemente dalla riassunzione successiva del farmaco. Ciononostante, Sultana e collaboratori hanno suggerito che nella popolazione generale italiana sopra i 65 anni d’età vi sia una scarsa persistenza d’uso per cui il 58% della popolazione di studio risultava interrompere il trattamento con antidepressivi nel primo anno di terapia.

Commento

Prima di commentare correttamente i risultati di questo capitolo in termini di confronto tra Toscana e altri contesti nazionali, nonché tra le singole ASL della regione, è importante assumere che la prevalenza delle indicazioni d’uso degli antidepressivi alternative alla patologia depressiva (ad esempio cefalea e dolore neuropatico) sia considerata la medesima in Toscana e nelle altre regioni italiane, nonché tra le diverse ASL. A sostegno di questo, osserviamo che SSRI ed SNRI (ad esempio la venlafaxina, che in questa analisi rientra negli “Altri antidepressivi”), i farmaci di maggior uso, costituiscono le molecole più specifiche per il trattamento della depressione: questo conferma che il peso delle indicazioni alternative alla depressione sui risultati ottenuti non sia stato particolarmente rilevante.

Per quanto riguarda la persistenza al trattamento antidepressivo, a differenza delle classi terapeutiche analizzate nei precedenti capitoli, non sono state osservate delle chiare differenze di genere a livello regionale, sebbene livelli di persistenza significativamente più elevati negli uomini rispetto alle donne siano stati osservati limitatamente alle ASL di Empoli e Firenze.

La prevalenza d’uso osservata in Toscana tra le donne in età fertile risulta in linea con quella di altri contesti europei.

La quantità di dosi prescritte in Toscana risulta nettamente più elevata rispetto ad altre regioni italiane. Il consumo di maggiori antidepressivi osservato in Toscana potrebbe essere giustificato, a priori, sia da una maggiore attenzione alla diagnosi di depressione, sia da un fenomeno di eccessiva prescrizione: infatti, alcuni studi hanno suggerito che i pazienti con un livello inferiore di gravità della patologia e che necessitano di periodi di trattamento non superiori ai 6 mesi potrebbero non venire monitorati in modo del tutto accurato e quindi continuare ad assumere farmaci non più necessari. Quest’ultima spiegazione sembra tuttavia non adattarsi al caso toscano. Infatti, pur trattandosi, in tutte le ASL, di livelli di persistenza da ritenersi non soddisfacenti per il raggiungimento dell’obiettivo terapeutico, questi ultimi possono essere considerati tendenzialmente superiori rispetto ad altri contesti italiani. In Emilia-Romagna, ad esempio, Poluzzi e collaboratori hanno riportato dei livelli di aderenza a SSRI ed SRNI (comprensiva anche dell’assenza di interruzione della terapia di almeno 90 giorni tra due cicli prescrittivi) del 24,3% nel 2011.  Ancor più interessante è il confronto di questi risultati con quelli relativi all’uso di SSRI ed SRNI nella popolazione generale italiana, dove la percentuale di utilizzatori incidenti di SSRI ed SNRI che risultavano persistenti era rispettivamente del 15,1 e del 13%. Quest’ultimo confronto supporta anche la maggiore omogeneità dei livelli di persistenza osservati nella presente analisi per quanto concerne gli SSRI ed gli “Altri antidepressivi”.

La minore persistenza e discontinuità della stessa osservata per i triciclici nel corso degli anni è infatti ascrivibile ad un loro impiego sempre più orientato verso altre indicazioni e/o di breve durata rispetto a quello del trattamento a lungo termine per la depressione. Nel contesto anglosassone è stato osservato che l’aumento di prescrizioni di farmaci antidepressivi è essenzialmente dovuto ai trattamenti a lungo termine, oppure ai pazienti con ricorrenti episodi di depressione. Ciò è coerente con le linee guida ufficiali, le quali suggeriscono di prolungare il trattamento anche nei soggetti con episodi depressivi ricorrenti caratterizzati da ricadute. Certamente, tenendo conto che la depressione è la principale indicazione d’uso di questi farmaci e che necessita di un trattamento a lungo termine, la ragione per cui la persistenza è così ridotta deve essere indagata.

 

Per comprendere la metodologia adottata per giungere a questa risposta e visionare i risultati dettagliati consulta il capitolo di riferimento:

scarica il capitolo completo in PDF

Autori 

Filippo Bardelli - Dirigente UO Farmaceutica, Azienda USL Toscana Centro (Pistoia)

Rosa Gini - Responsabile PO Informatica medica e farmacoepidemiologia. Osservatorio di Epidemiologia, Agenzia regionale di sanità della Toscana

Milena Martigli Jiang - Università degli Studi di Firenze

Francesco Lapi - PO Informatica medica e farmacoepidemiologia, Osservatorio di Epidemiologia, Agenzia regionale di sanità della Toscana

Giuseppe Roberto - PO Informatica medica e farmacoepidemiologia, Osservatorio di Epidemiologia, Agenzia regionale di sanità della Toscana


Per approfondire

Consulta il documento e scarica le slide:
Uso di farmaci in Toscana: il primo report ARS