Farmaci anti angiogenici
Come sono utilizzati i farmaci anti angiogenici per le maculopatie?
Contesto della domanda
Negli ultimi dieci anni lo sviluppo della terapia anti angiogenica, ovvero le iniezioni intravitreali con agenti inibitori del fattore di crescita endoteliale (anti-VEGF) ha giocato un ruolo importante nel trattamento delle patologie vascolari della coroide e della retina: la degenerazione maculare senile, la retinopatia diabetica e l’edema maculare secondario all’occlusione vascolare retinica.
Secondo le schede tecniche, il trattamento con ranibizumab e aflibercept dovrebbe cominciare con una sequenza di tre iniezioni a distanza di un mese (‘dose di carico’). Nel caso del ranibizumab, la raccomandazione originale era di proseguire con una dose al mese fino al compimento dell’anno, ma successivamente l’indicazione è diventata di somministrare le iniezioni al bisogno, in base al monitoraggio clinico. Nel caso di aflibercept, la dose di carico dovrebbe essere seguita da un’iniezione ogni due mesi, per un totale di sette iniezioni nell’anno. Nella maculopatia miopica si prevede di somministrare una singola iniezione di ranibizumab o aflibercept, mentre ulteriori trattamenti sono erogati in base al monitoraggio clinico successivo. Un terzo farmaco, il bevacizumab, non ha un’autorizzazione per l’indicazione oculistica, ma viene ugualmente utilizzato, perché è stato dimostrato che ha un’efficacia comparabile, e ha un costo molto inferiore.
Diversi studi condotti in varie regioni europee hanno mostato una riduzione dell’incidenza della cecità legale, che è stata ricondotta all’introduzione della terapia anti angiogenica. D’altro canto, numerosi studi osservazionali hanno mostrato risultati sub ottimali nel trattare la neovascolarizzazione coroidale dovuta alla degenerazione maculare senile, probabilmente a causa di un’insufficiente intensità di trattamento e monitoraggio.
Risposta alla domanda
Il numero di nuovi utilizzatori di farmaci anti angiogenici è cresciuto dal 2012 al 2015 e si è stabilizzato nel 2016. Più di un quinto dei pazienti non hanno completato le tre iniezioni che costituiscono la dose di carico, o, nel caso di bevacizumab, non sono andati oltre una singola iniezione, e questo fenomeno andrebbe approfondito perché potenzialmente è contro le raccomandazioni sull’uso di questi prodotti. Dopo la dose di carico la maggioranza dei pazienti non ha proseguito la terapia. L’intervallo tra due iniezioni è risultato simile tra pazienti che usavano aflibercept e ranibizumab.
Per comprendere la metodologia adottata per giungere a questa risposta e visionare i risultati dettagliati consulta il capitolo di riferimento:
Autori
Rosa Gini, Giuseppe Roberto, Claudia Bartolini, Andrea Vannucci - ARSToscana
Francesco Attanasio, Gianni Virgili - Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi
Andrea Spini, Valentino Moscatelli, Marina Ziche - Università di Siena
Claudio Marinai, Sabrina Trippoli, Andrea Messori - Ente di supporto tecnico-amministrativo regionale
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Presentazione del II Rapporto sui farmaci in Toscana