I pazienti trattati con metimazolo hanno un aumentato rischio di pancreatite acuta? Uno studio sui flussi amministrativi piemontesi
L’utilizzo di metimazolo si associa ad un aumentato rischio di insorgenza di episodi di pancreatite acuta? Quale è, in termini assoluti, il rischio di sviluppare episodi di pancreatite acuta in seguito all’assunzione di metimazolo?
Contesto della domanda
Il metimazolo rappresenta il principale farmaco antitiroideo impiegato in Italia nel trattamento dell’ipertiroidismo. L’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) nel novembre 2018, attraverso il proprio Comitato di Valutazione dei Rischi per la Farmacovigilanza (PRAC), ha emanato una raccomandazione in cui informava circa il rischio di pancreatite acuta associato con la somministrazione di farmaci a base di metimazolo. L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), in accordo con le altre Autorità Regolatorie europee ha quindi successivamente reso pubblica una propria Nota Informativa Importante indirizzata a tutti gli operatori sanitari circa i rischi derivanti dalla somministrazione di tale farmaco.
In letteratura sono attualmente disponibili 7 case report che hanno identificato una potenziale associazione tra l’utilizzo di metimazolo e lo sviluppo di episodi di pancreatite acuta. Nei casi presi in esame la pancreatite si era manifestata poco tempo dopo (da giorni a settimane) dall’inizio della terapia con il farmaco. Un recente studio epidemiologico danese ha confermato questa associazione, riportando un aumento di rischio di ospedalizzazione per pancreatite in pazienti in terapia con metimazolo.
Risposta alla domanda
I nostri risultati confermano ed espandono le precedenti evidenze disponibili sul tema, corroborando l’ipotesi di un aumentato rischio di pancreatite acuta tra gli utilizzatori di metimazolo. Tale rischio sembra tuttavia essere limitato ai primi tre trimestri di trattamento, tornando in seguito simile a quello della popolazione generale. In termini assoluti, la probabilità che si verifichi un fenomeno di pancreatite acuta appare molto bassa; si attesta, di fatto, a percentuali inferiori all’1% in tutte le classi di età. La possibilità di insorgenza di tale complicazione va comunque tenuta in considerazione dal medico prescrittore all’inizio della terapia, valutando in maniera opportuna rischi e benefici, anche alla luce di precedenti patologie del paziente. Studi epidemiologici di grandi dimensioni saranno utili per valutare se l’associazione osservata è più marcata in particolari sottogruppi di pazienti.
Per comprendere la metodologia adottata per giungere a questa risposta e visionare i risultati dettagliati consulta il capitolo di riferimento:
Autori
Alessandro Pecere, Marina Caputo, Andrea Sarro, Andrealuna Ucciero, Angelica Zibetti, Gianluca Aimaretti, Paolo Marzullo, Francesco Barone-Adesi - Dipartimento di Medicina traslazionale, Università del Piemonte orientale, Novara
Consulta il documento e scarica le slide:
Presentazione del Rapporto sui farmaci in Toscana 2020