Uso di azitromicina nei soggetti positivi a Sars-Cov2 ed esiti clinici
La somministrazione di azitromicina nei pazienti positivi a SARS-CoV-2 è associata ad una riduzione del rischio di ospedalizzazione? L’utilizzo pregresso di azitromicina nei soggetti positivi a SARS-CoV-2 ed ospedalizzati può ridurre il rischio di outcome gravi quali ricorso alla ventilazione meccanica, accesso in terapia intensiva e morte?
Contesto della domanda
Ad oggi la malattia COVID-19 causata dal virus SARS-CoV-2 ha causato più di sei milioni di decessi in tutto il mondo. I sintomi associati all’infezione da SARS-CoV-2 sono diversi e variano da paziente a paziente. Alcuni soggetti, in seguito a questa infezione, sviluppano sintomi simili a quelli tipici delle comuni forme influenzali, mentre altri sviluppano una malattia molto più grave caratterizzata da insufficienza respiratoria che se non adeguatamente trattata può portare al ricovero del paziente e nei casi più gravi anche all’accesso in terapia intensiva e all’exitus. Sin dalle prime fasi della diffusione del virus, diversi sono stati i farmaci studiati quali possibili alternative terapeutiche per il trattamento della malattia COVID-19: anticoagulanti, immunomodulanti e antibiotici. Tra i vari antibiotici analizzati sicuramente l’azitromicina è il farmaco che ha destato il maggiore interesse, soprattutto alla luce di studi pregressi che hanno evidenziato la sua efficacia nel trattamento di alcune patologie virali. Nel tempo, sono stati proposti vari meccanismi biologici diretti ed indiretti per spiegare gli effetti dell’azitromicina nei confronti di alcune infezioni virali. Alcuni studi effettuati durante la pandemia, inoltre, hanno evidenziato un possibile effetto positivo di tale farmaco anche nei soggetti positivi a SARS-CoV-2 e ospedalizzati. Questi dati uniti a quelli precedentemente menzionati hanno portato ad un incremento dell’utilizzo, molto spesso empirico, dell’azitromicina durante le diverse ondate di SARS-CoV-2. Tuttavia, ad oggi, pochi sono gli studi disponibili in letteratura che abbiano valutato l’effetto dell’azitromicina quando è utilizzata nella popolazione non ospedalizzata positiva a SARS-CoV-2. Per tale motivo lo scopo del presente lavoro è stato quello di valutare se il suo uso fosse associato ad una riduzione del rischio di ospedalizzazione nei soggetti positivi a SARS-CoV-2. Inoltre, lo studio ha avuto lo scopo di indagare se, nei soggetti positivi a SARS-CoV-2 ed ospedalizzati, l’uso pregresso di azitromicina fosse associato ad una variazione del rischio di ricorso alla ventilazione meccanica, all’accesso in terapia intensiva e mortalità durante il follow-up.
Lo studio che sarà descritto nei prossimi paragrafi fa parte di un progetto regionale finanziato da regione Lombardia volto a definire l'impatto della malattia COVID-19 sul sistema sanitario nazionale dal titolo: “Valutazione dell'Impatto di COVID-19 ed Elaborazione di Strategie e Strumenti di Mitigazione del Rischio Epidemico [VICES-SMIRE]”.
Risposta alla domanda
I risultati del presente studio evidenziano un aumentato rischio di ospedalizzazione nei soggetti positivi a SARS-CoV-2 e trattati con azitromicina rispetto ai non utilizzatori di antibiotici. In aggiunta, nei soggetti positivi al virus e ospedalizzati, l’uso di azitromicina non è stato associato ad una variazione del rischio di ricorso alla ventilazione meccanica o accesso in terapia intensiva ma al contrario è stato associato ad una riduzione della mortalità durante il follow-up per alcune fasce della popolazione.
Quanto descritto porta ad interrogarsi se durante le fasi critiche della pandemia vi sia stato un uso appropriato dell’azitromicina o se al contrario l’uso empirico di tale farmaco unito ad una percezione distorta della gravità della patologia, in alcune fasce della popolazione, non abbia portato ad un peggioramento del quadro clinico dei pazienti trattati con un conseguente aumento di complicanze.
Ciò sottolinea l'importanza di mantenere ben saldi i principi dell'antibioticoterapia, soprattutto durante un periodo critico come quello pandemico, al fine di preservare l'efficacia degli antibiotici e ridurre la potenziale occorrenza di complicanze, compresa la diffusione di germi antibiotico resistenti.
Per comprendere la metodologia adottata per giungere a questa risposta e visionare i risultati dettagliati consulta il capitolo di riferimento:
Autori
Ippazio Cosimo Antonazzo, Carla Fornari, Davide Rozza, Sara Conti, Raffaella Di Pasquale, Paolo Cortesi, Shaniko Kaleci, Pietro Ferrara, Giancarlo Cesana, Lorenzo Giovanni Mantovani, Giampiero Mazzaglia. Centro di studio e ricerca sulla Sanità pubblica, Università degli Studi di Milano-Bicocca, Monza
Alberto Zucchi, ATS Brescia
Giovanni Maifredi, ATS Bergamo
Andrea Silenzi, Direttorato generale prevenzione sanitaria - Ministero della salute
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Presentazione del Rapporto sui farmaci in Toscana 2022