Farmaci per il sistema cardiovascolare: utilizzo di idarucizumab
Quanto di frequente gli utilizzatori toscani di dabigatran hanno fatto ricorso all’idarucizumab, il suo antidoto? Per quali ragioni vi hanno fatto ricorso? E quali sono stati gli esiti di questi pazienti?
Contesto della domanda
Il dabigatran rappresenta il capostipite dei nuovi anticoagulanti orali (NAO) approvati nel corso degli ultimi anni come alternativa più sicura rispetto agli storici antagonisti della vitamina K, come il warfarin. Questo farmaco è autorizzato per la prevenzione di ictus e tromboembolismo sistemico in soggetti con fibrillazione atriale (FA) non valvolare e con uno o più fattori di rischio, per la prevenzione di episodi tromboembolici in caso di chirurgia sostitutiva elettiva totale dell’anca o del ginocchio, per il trattamento della trombosi venosa profonda (TVP) e dell’embolia polmonare (EP) nonché per la prevenzione delle recidive di TVP ed EP nell’adulto. L’incidenza di emorragia intracranica correlata all’utilizzo di dabigatran è stata significativamente inferiore (riduzione del 60% circa) rispetto a quella in corso di warfarin, indipendentemente dal dosaggio del farmaco e dall’età dei pazienti. Differentemente, i sanguinamenti del tratto gastrointestinale hanno presentato un rischio dose-dipendente.
Nonostante la bassa frequenza, possono verificarsi sanguinamenti maggiori o non controllati che, indipendentemente dalla localizzazione, possono essere invalidanti o perfino fatali. Pertanto, sussiste un bisogno terapeutico importante poiché, nell’eventualità delle suddette complicanze emorragiche, l’evoluzione del quadro clinico può essere difficile da controllare a causa della sua instabilità.
L’idarucizumab è un antidoto specifico per il dabigatran. È un frammento di anticorpo monoclonale umanizzato (Fab - fragments antigen-binding) che si lega con altissima affinità al dabigatran, circa 300 volte più potente dell’affinità di legame del dabigatran per la trombina. Il complesso idarucizumab-dabigatran è caratterizzato da un’associazione rapida e da una dissociazione molto lenta che lo rendono un complesso molto stabile. L’idarucizumab si lega in maniera potente e specifica al dabigatran e ai suoi metaboliti e ne neutralizza l’effetto anticoagulante. Nel 2015 l’idarucizumab è stato approvato in Europa per trattare pazienti adulti esposti al dabigatran quando è richiesta una rapida interruzione del suo effetto anticoagulante, in particolare: (1) in caso si renda necessaria una procedura o un intervento chirurgico urgente, e/o (2) avvenga un sanguinamento incontrollato o potenzialmente fatale. La somministrazione di idarucizumab è limitata esclusivamente all’ambiente ospedaliero. La sua dose raccomandata è di 5 g, costituiti dalla somministrazione di due fiale da 2,5 g/50 ml ciascuna. La somministrazione di una seconda dose di 5 g di idarucizumab può essere presa in considerazione in presenza di recidiva di sanguinamento clinicamente rilevante, o se la ricomparsa del sanguinamento dovesse essere potenzialmente pericolosa per la vita, o se i pazienti dovessero avere necessità di un secondo intervento chirurgico di emergenza/una seconda procedura d’urgenza. L’idarucizumab è soggetto a un controllo supplementare di sicurezza a livello europeo in virtù del suo potenziale effetto trombo-embolico.
Risposta alla domanda
Tra il 2015 e il 2018, nel database della Regione Toscana sono state registrate 112 somministrazioni di idarucizumab, corrispondenti a un incidenza d’uso di 4,2 casi per 1.000 anni-persona di esposizione a dabigatran. Una successiva analisi ha permesso di individuare 47 pazienti trattati con idarucizumab e caratterizzare tali pazienti. In particolare, come atteso, si è osservato un uso in pazienti molto vecchi e con una lieve prevalenza nei maschi. Nel campione di 47 pazienti che è stato possibile identificare tra il 2015 e il 2019, 17 (36,1%) hanno utilizzato l’idarucizumab per un intervento chirurgico d’urgenza, mentre gli altri 30 (63,9%) hanno utilizzato l’antidoto per sanguinamento incontrollato. In questo campione, otto soggetti (17%) sono deceduti entro trenta giorni. Questi dati preliminari non permettono di trarre alcuna inferenza tra i risultati d’esito e il profilo beneficio-rischio real-world dell’idarucizumab. Tuttavia, la capacità di tracciare questo antidoto a prescrizione essenzialmente intra-ospedaliera, permette di iniziare un percorso di monitoraggio sul pattern prescrittivo e sul profilo di rischio potenzialmente associato a eventi trombo-embolici.
Per comprendere la metodologia adottata per giungere a questa risposta e visionare i risultati dettagliati consulta il capitolo di riferimento:
Autori
Niccolò Lombardi, Giada Crescioli, Alessandra Bettiol, Alfredo Vannacci, Università di Firenze
Valentina Brilli, Guido Mannaioni, Stefano Fumagalli, Università di Firenze e Azienda ospedaliero-universitaria di Careggi
Rosa Gini, ARS Toscana
Giampiero Mazzaglia, Università di Milano-Bicocca
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Presentazione del Rapporto sui farmaci in Toscana 2019