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Farmaci antidepressivi

Data pubblicazione: 09 Agosto 2026

A cosa si può ricondurre il maggior consumo di farmaci antidepressivi che si osserva in Toscana quando la si compara alle altre regioni italiane?

Contesto della domanda

In Italia si stima che circa il 5,4% della popolazione dai 15 anni in su soffra di disturbi depressivi. Il valore è in crescita e, secondo alcune stime, entro il 2030 la depressione rappresenterà una delle cause maggiori di disabilità nella popolazione mondiale insieme ad altre patologie croniche come quelle cardiovascolari. Con il termine depressione si intende una vasta gamma di problemi di salute mentale caratterizzati dall’assenza di un sentimento positivo accompagnato da basso umore e da diversi sintomi emotivi, fisici e comportamentali quali pianto, irritabilità e ritiro sociale. Ad oggi sono state identificate diverse forme di depressione che vanno dalla depressione minore a quella maggiore, quest’ultima più complessa delle altre e che richiede interventi sia di natura psicologica/psichiatrica che farmacologica. A questi si aggiungono alcuni tipi di depressione che possono presentarsi in particolari periodi della vita di un individuo, come nel caso della depressione post-partum.

I farmaci d’elezione per il trattamento della depressione sono definiti antidepressivi (AD) e comprendono una vasta gamma di sostanze che differiscono per struttura chimica, meccanismo d’azione ed effetti farmacologici, inclusi i potenziali effetti collaterali. Tra questi, i primi farmaci ad essere stati approvati e commercializzati sono stati i farmaci triciclici, affiancati nel tempo dai farmaci inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRi) che, rispetto ai primi, presentano un profilo rischio-beneficio migliore. Queste due classi di farmaci includono la maggioranza dei farmaci attualmente in commercio, a cui si aggiungono pochi farmaci che agiscono anche su altri bersagli molecolari. Secondo le linee guida, un ciclo farmacologico ottimale per il trattamento della depressione maggiore dovrebbe essere compreso tra i 6 mesi e i 2 anni; oltre tale periodo l’utilizzo dei farmaci è consigliato solo se esiste un evidente rischio clinico di recidiva, in quanto le prove di efficacia e sicurezza di trattamenti prolungati sono deboli. Questo approccio consente di trattare dapprima la fase acuta della malattia e successivamente stabilizzare il paziente a lungo termine. Oltre al trattamento della depressione, gli SSRi sono indicati come prima linea di trattamento per la cura dei disturbi d’ansia. Questa patologia può presentarsi in concomitanza con la depressione maggiore, così come isolata. La prevalenza di tali disturbi è pari al 7,3% nella popolazione globale, e includono la fobia sociale, gli attacchi di panico e il disturbo d’ansia generalizzato vero e proprio.

Infine, gli AD sono utilizzati anche per il trattamento di sintomi e/o patologie non psichiatriche (in alcuni di questi casi si parla di un utilizzo off-label del farmaco), tra queste si annoverano: dolore cronico e dolore neuropatico, disordini alimentari, emicrania, incontinenza urinaria, disturbi del sonno ed altri. Per i quadri clinici elencati in precedenza, i tempi e le modalità di utilizzo dei farmaci AD possono essere molto diversi tra di loro e fortemente condizionati dalla risposta del paziente al trattamento.

Nell’ultimo rapporto OsMed si è evidenziato che il 40% dei soggetti in trattamento con AD non è aderente alla terapia. Questo dato è in linea con quanto riportato in altre esperienze italiane e straniere. La mancata aderenza alle terapie psichiatriche è un problema ben riconosciuto dagli operatori del settore. Le ragioni che possono indurre un soggetto ad interrompere la terapia sono molteplici: la percezione di un miglioramento della malattia che induce il paziente a pensare di non aver più bisogno del farmaco o viceversa la percezione di non avere nessun beneficio dalla terapia, la comparsa di effetti avversi che impattano in maniera considerevole sulla qualità della vita del paziente (es. sfera emotiva/sessuale), la gravità della malattia stessa che potrebbe influenzare il rapporto medico-paziente ed infine il contesto socio-culturale in cui il paziente vive. In tale contesto l’uso off-label degli AD, già citato, può essere un determinante della scarsa aderenza, poiché non vi sono indicazioni precise rispetto ai tempi adeguati di trattamento, ma nemmeno forti evidenze di efficacia.

All’estremo opposto troviamo trattamenti prolungati oltre i due/tre anni che si possono definire cronici. Diversi fattori possono contribuire alla presenza di trattamenti lunghi: la cronicizzazione della malattia che può interessare il 15-20% dei soggetti affetti da depressione, il trattamento di forme di depressione resistente ai farmaci (che richiederebbe in realtà altre strategie terapeutiche), la necessità di prevenire possibili recidive della malattia in casi ad alto rischio; in questo caso si può parlare di una vera e propria terapia di mantenimento. Inoltre le linee guida raccomandano un trattamento mediamente lungo/di mantenimento, dopo la stabilizzazione della fase acuta, per coloro che hanno una diagnosi di depressione in età avanzata.

Secondo l’ultimo rapporto sull’utilizzo dei farmaci in Italia OsMED, negli ultimi 5 anni si è registrato un incremento del consumo di AD su tutto il territorio italiano (+6,5%). Tra le regioni italiane, la Toscana è quella con il consumo più alto di tali farmaci, con una media di 62 dosi giornaliere ogni 1.000 abitanti, quasi il 50% in più del consumo medio nazionale.

Nell’ultimo rapporto farmaci della Toscana, pubblicato a dicembre 2018, si è sottolineato che l’85% dei nuovi utilizzatori di AD non assumeva la terapia in maniera continuativa durante i primi sei mesi di trattamento e di questi la metà interrompeva la terapia subito dopo la prima prescrizione del farmaco. L’Emilia-Romagna, regione confinante con la Toscana, le è simile per quanto concerne le caratteristiche del territorio e molti aspetti di natura culturale, socioeconomica ed epidemiologica. In particolare, il minor consumo di AD, inferiore in Emilia-Romagna del 20% circa quando misurato in dosi giornaliere ogni 1000 abitanti, è poco plausibile sia da ricondurre a ragioni di natura epidemiologica. È invece ipotizzabile che le ragioni risalgano alle diverse scuole cliniche: in Toscana, ad esempio, è prevalente la scuola di pensiero che sostiene il trattamento del disturbo d’ansia con gli SSRi, piuttosto che con altri trattamenti più diffusi in altre regioni italiane. Inoltre, l’ampio dibattito nazionale seguito negli anni Novanta alla pubblicazione del saggio “E liberaci dal male oscuro” dello psichiatra toscano Giovanni Cassano, che sosteneva con forza il ricorso alla terapia farmacologica nella cura della depressione, può aver contribuito a ridurre in Toscana lo stigma percepito dalla popolazione nei confronti di tali terapie, aumentando di conseguenza il loro utilizzo. Uno studio condotto in una rete di regioni europee, tra cui Toscana ed Emilia-Romagna, sull’uso degli AD nelle donne in età fertile a cavallo degli anni Dieci, ha evidenziato in Emilia-Romagna la prevalenza d’uso più bassa tra le regioni europee; la Toscana era penultima, e tutte le altre regioni europee partecipanti avevano livelli di prevalenza superiori alle due regioni italiane.

Per tale motivo, lo scopo del presente lavoro è stato quello di confrontare le modalità di utilizzo degli AD tra le due regioni, utilizzando i territori delle aziende sanitarie cui appartengono le città di Bologna e Firenze come campioni delle due aree geografiche. Inoltre, in questo studio è stato possibile seguire un’ampia coorte di pazienti per 5 anni.

Risposta alla domanda 

Nell’azienda sanitaria di cui fa parte Firenze si è osservata tra gli adulti dal 2009 e al 2013 un’incidenza di utilizzo di farmaci antidepressivi maggiore del 10% rispetto all’incidenza osservata nell’azienda di cui fa parte Bologna. Nella zona toscana la distribuzione delle caratteristiche dei pazienti (più giovani, maggior utilizzo di SSRi) suggerisce che vi sia un ricorso più frequente a questi farmaci per indicazioni più comuni in questi strati della popolazione, quali il disturbo d’ansia. Nei cinque anni successivi all’inizio della terapia, inoltre, si è osservata nell’area toscana una prevalenza maggiore di traiettorie di trattamento continuative e/o prolungate, specialmente tra gli anziani e tra le persone con probabile indicazione di depressione.

Questo suggerisce che il maggior consumo osservato in Toscana si riconduca in parte a una maggior propensione a iniziare la terapia, in parte a una maggior riluttanza a interromperla.

 

Per comprendere la metodologia adottata per giungere a questa risposta e visionare i risultati dettagliati consulta il capitolo di riferimento:

scarica il capitolo completo in PDF

Autori 

Ippazio Cosimo Antonazzo, Claudia Bartolini, Giuseppe Roberto, Rosa Gini, ARS Toscana

Olga Paoletti, Rossella Miglio, Elisabetta Poluzzi, Università degli studi di Bologna

Giovanni Castellini, Valdo Ricca, Università di Firenze


Per approfondire

Consulta il documento e scarica le slide:
Presentazione del Rapporto sui farmaci in Toscana 2019