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L’impatto del lockdown sull’utilizzo dei farmaci anticoagulanti in Toscana

Data pubblicazione: 08 Agosto 2026

Le misure di restrizione applicate durante il lockdown hanno modificato le modalità di utilizzo dei farmaci anticoagulanti?

Contesto della domanda

Tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 un nuovo ceppo virale denominato SARS-CoV-2 è stato identificato per la prima volta nella regione del Wuhan in Cina. SARS-CoV-2 è un virus che si trasmette per via aerea, quindi attraverso le vie respiratorie, ed è l’agente causale della sindrome respiratoria acuta nota come COVID-19. COVID-19 può presentarsi con dei quadri clinici molto diversi ma che generalmente includono: febbre, tosse, polmonite, mialgia, diarrea, perdita dell’olfatto e del gusto e nausea/ vomito. Questi sintomi possono portare in breve tempo il paziente a sviluppare dei problemi respiratori e cardiocircolatori severi che richiedono l’ospedalizzazione e cure specialistiche.

A febbraio 2020, sono stati identificati i primi casi di COVID-19 in Europa ed in particolare in Italia. Nelle prime settimane dal primo caso identificato in Lombardia il numero dei soggetti affetti da COVID-19 è aumentato drasticamente portando in breve tempo Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana ad essere le regioni con il più alto numero d’infezioni.

La rapida diffusione del virus nella popolazione unita alla mancanza di strategie terapeutiche capaci di ridurre il contagio e/o trattare i pazienti ha obbligato le autorità competenti a introdurre delle misure restrittive per ridurre la sua diffusione. Queste dapprima hanno interessato solo alcune zone specifiche ma in un secondo momento parallelamente all’aumento dei casi hanno interessato intere regioni ed infine tutto il paese (lockdown).

Le misure adottate durante il lockdown hanno portato a una completa riorganizzazione delle strutture ospedaliere e di tutti i servizi sanitari provocando una dilatazione nel tempo di diversi servizi quali test di screening e visite specialistiche. In una simile situazione è plausibile ipotizzare che l’inizio di diversi trattamenti farmacologici sia stato ritardato nel tempo e che per diverse patologie croniche si sia ricorso ad una ottimizzazione della terapia farmacologica per ridurre il numero di visite di controllo e/o l’accesso ai servizi sanitari; è altresì ipotizzabile che i pazienti abbiano avuto delle difficoltà a gestire la terapia autonomamente.

Gli anticoagulanti sono la terapia di elezione per la prevenzione di eventi cardiocircolatori come ad esempio l’ictus in soggetti con fibrillazione atriale e tromboembolismo venoso. Tali farmaci possono essere divisi in due classi principali: gli antagonisti della vitamina K (VKA) e gli anticoagulanti orali ad azione diretta (DOAC). I primi sono in commercio da diversi decenni e richiedono un continuo monitoraggio del tempo di protrombina (PT) e la stima del INR (Rapporto internazionale normalizzato) al fine di aggiustare la dose giornaliera che il soggetto deve assumere e scongiurare così possibili effetti indesiderati quali inefficacia della terapia o eventi avversi quali sanguinamenti. Al contrario, i nuovi anticoagulanti orali ad azione diretta presentano un meccanismo d’azione diverso rispetto ai VKA e non richiedono un monitoraggio continuo perché solitamente assunti ad un dosaggio prestabilito. La diversa natura delle due classi di farmaci e il diverso monitoraggio dei pazienti durante il trattamento fa ipotizzare possibili variazioni nell’utilizzo di tali classi di farmaci durante il lockdown.

Il presente lavoro ha lo scopo di valutare se le misure restrittive adottate durante il lockdown hanno modificato le modalità di utilizzo degli anticoagulanti nella regione Toscana.

Risposta alla domanda 

Durante le prime settimane successive all’inizio della fase 1 del lockdown si è assistito ad un decremento della prevalenza e dell’incidenza di utilizzatori di anticoagulanti, fenomeno che è risultato più accentuato tra i soggetti trattati con DOAC rispetto a chi era trattato con VKA. Tali risultati ci permettono di ipotizzare una scarsa compliance al trattamento dei soggetti già in trattamento con anticoagulanti e un ritardo diagnostico tra i nuovi utilizzatori. Questo è perfettamente compatibile con la riorganizzazione dei servizi sanitari avvenuta durante le prime settimane della fase 1 e la reticenza degli assistiti ad accedere alle strutture ospedaliere per paura di contrarre il virus nello stesso periodo.

L’andamento nel tempo dell’incidenza di switch di trattamento suggerisce che probabilmente in una prima fase, il cambio di terapia (da VKA a DOAC) sia stato eseguito solamente per i soggetti più stabili per poi continuare nel tempo in concomitanza con la riapertura dei servizi sanitari. L’interruzione del trattamento con VKA ha evidenziato si è osservata con minore frequenza nelle fasi iniziali del lockdown, per poi risalire da un incremento nel numero dei casi a ridosso delle fasi 2 e 3. Diversi fattori potrebbero spiegare questi risultati, come ad esempio la difficoltà dei pazienti a gestire autonomamente la terapia durante il lockdown; oppurela dose di trattamento può essere stata ridotta, portando a ritardare l’acquisto di ulteriori confezioni di farmaco, e facendo così erroneamente ritenere che i soggetti abbiano interrotto la terapia.

 

Per comprendere la metodologia adottata per giungere a questa risposta e visionare i risultati dettagliati consulta il capitolo di riferimento:

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Autori 

Ippazio Cosimo Antonazzo, Carla Fornari, Sara Conti, Lorenzo Giovanni Mantovani e Giampiero Mazzaglia, Centro di studio e ricerca sulla Sanità pubblica, Università degli Studi di Milano-Bicocca, Monza, Italia

Olga Paoletti, Claudia Bartolini, Rosa Gini - Agenzia regionale di sanità della Toscana, Firenze, Italia


Per approfondire

Consulta il documento e scarica le slide:
Presentazione del Rapporto sui farmaci in Toscana 2020