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Giornata mondiale Aids 2017: in Toscana 80 nuovi casi all'anno



immagine red-ribbon AIDS01/12/2017
Aids, problema di salute pubblica globale: in Toscana 80 nuovi casi all'anno
L'Hiv continua a essere un importante problema di salute pubblica globale: dall'inizio dell’epidemia, negli anni Ottanta, sono morti 35 milioni di persone. Nel 2016 nel mondo avevano l’Hiv 36,7 milioni di persone, mentre i nuovi infetti sono stati 1,8 milioni. I decessi sono crollati rispetto al momento di maggior aggressività del virus (1,9 milioni nel 2005, un milione nel 2016), ma i contagi restano costanti. L’Italia rispecchia questo andamento: oggi si stimano 130 mila infetti, con 3.600 nuovi casi l’anno. Dopo il Portogallo, il nostro Paese ha la più alta incidenza di Aids tra i Paesi dell’Europa occidentale. L’andamento dei casi di Aids in Toscana è analogo a quello nazionale: con  un incremento dell’incidenza dall’inizio dell’epidemia sino al 1995, seguito da una rapida diminuzione dal 1996 fino al 2000, e da una successiva costante lieve diminuzione che si è assestata negli ultimi cinque anni a circa 80 nuovi casi l’anno, 76 nel 2016. L’incidenza della malattia in Italia continua ad essere mediamente più bassa nelle regioni meridionali. La Toscana continua ad avere un tasso di incidenza maggiore rispetto a quello nazionale (1,3 per 100.000 vs 1,9 per 100.000 residenti) e si colloca al quarto posto tra le regioni, preceduta da Liguria, Marche e Umbria (8,0 per 100.000).

Hiv, la maggioranza delle infezioni è dovuta a rapporti sessuali non protetti
In Toscana, come nella maggior parte delle regioni italiane, l’incidenza delle nuove diagnosi di infezione da Hiv presenta un andamento stabile tra il 2009 e il 2016. L’incidenza per area geografica mostra valori più elevati al Centro, seguita dalle regioni del Nord e infine dal Sud e Isole. La Toscana continua ad avere un tasso di incidenza maggiore rispetto a quello nazionale (7,1 per 100.000 vs 5,7 per 100.000 residenti) e si colloca al terzo posto tra le regioni, preceduta da Marche (7,2 per 100.000) e Lazio (8,5 per 100.000). Nell’intero periodo sono state notificate in Toscana 2.414 nuove diagnosi di infezione da Hiv (298 con un tasso di notifica di 8,0 per 100.000 residenti nel 2016). L’83,9% dei casi notificati riguarda il genere maschile (rapporto maschi/femmina 5,2:1; incidenza maschi: 13,9 per 100.000; femmine: 2,5 per 100.000). L’età mediana al momento della diagnosi di infezione di Hiv appare relativamente costante negli ultimi anni (40 anni per i maschi e 35 anni per le femmine). Le femmine continuano a mantenersi più giovani dei maschi alla diagnosi: nell’ultimo biennio il 44,1% delle donne ha scoprono la sieropositività tra i 20-39 anni, nelle età legate alla gravidanza. In entrambi i generi tuttavia la classe più frequente è quella degli over 50 con il 27,9% delle nuove diagnosi, in aumento negli anni (erano il 18,0% nel biennio 2009-2010). I pazienti con nazionalità straniera a cui viene diagnosticata una infezione da Hiv sono stati 644 (il 26,8% del totale), con un tasso di notifica più di tre volte superiore a quello degli italiani (20,4 per 100.000 vs 6,4). La maggioranza delle infezioni da Hiv è attribuibile a contatti sessuali non protetti. I rapporti eterosessuali rappresentano la modalità di trasmissione nettamente più frequente per le donne (90,8%). Nei maschi il contagio è nel 51,6% dei casi omosessuale e nel 35,0% eterosessuale. Le persone che si sono infettate a causa dell’uso di droghe iniettive, sono intorno al 5%.

Diagnosi di sieropositività spesso tardiva perchè la popolazione ha una bassa percezione del rischio
Una quota importante di pazienti si presenta tardi alla prima diagnosi di sieropositività, evidenziando già un quadro immunologico compromesso. Un caso di Hiv su 5 è già in Aids conclamato al momento della diagnosi di sieropositività. La maggior parte delle persone con nuova diagnosi Hiv ha eseguito il test nel momento in cui vi è il sospetto di una patologia Hiv-correlata o una sospetta Mts o un quadro clinico di infezione acuta (56,7%) e solo il 32,3% lo effettua spontaneamente per percezione di rischio, a confermare la bassa percezione del rischio. Nelle femmine oltre a queste due motivazioni, si aggiunge una quota importante di donne che ha eseguito il test durante un controllo ginecologico in gravidanza (11,8%), grazie all'inserimento dello screening per l’Hiv nel libretto regionale per la gravidanza.  I dati confermano, come per gli scorsi anni, la scarsa consapevolezza della possibilità di contagio da parte della popolazione, soprattutto eterosessuale, che viene a conoscenza della propria sieropositività in fase avanzata di malattia ed effettua il test solo quando vi è il sospetto di una patologia Hiv-correlata. Una diagnosi tardiva dell’infezione Hiv comporta, oltre ad un conseguente ritardo dell’inizio del percorso terapeutico, una ridotta efficacia della terapia, in quanto è più probabile che il paziente presenti infezioni opportunistiche, che rischiano di compromettere l’effetto della terapia. Inoltre nei pazienti con infezione avanzata, il virus tende a replicarsi più velocemente, determinando un aumento della carica virale e un conseguente rischio di infezione. La consapevolezza da parte del paziente del proprio stato di sieropositività è un elemento molto importante in quanto permette di accedere tempestivamente alla terapia antiretrovirale e di ridurre la probabilità di trasmissione dell’infezione legata a comportamenti a rischio.

Malattie a trasmissione sessuale, occorre più informazione e un più facile accesso ai test
Si continua a presentare, come è stato ribadito negli scorsi anni, la necessità di una maggiore informazione sulle malattie a trasmissione sessuale rivolta a tutta la popolazione, non solo ai giovani e di incrementare e facilitare l’accesso ai test. Dall’ultima indagine EDIT 2015, condotta dall'ARS su un campione di teenager tra i 14 e il 19 anni risulta che quasi la metà dei ragazzi non usa il profilattico durante un rapporto sessuale completo (50,7% delle femmine, 37,8% dei maschi). Tra i motivi del non utilizzo emerge la sensazione di fastidio provata durante il rapporto (45,4%), seguita dall'utilizzo di altri metodi anticoncezionali (35,1%), a dimostrazione del fatto che i ragazzi non hanno la percezione che il profilattico, oltre ad essere un metodo anticoncezionale, è soprattutto uno strumento di prevenzione.

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